Quanto il digitale influenza le nostre scelte di business

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Office Automation, 27 Novembre 2018

Alzino la mano coloro che ritengono che nel proprio lavoro la percentuale di Good Work sia predominante.

Alzino la mano coloro che ritengono che il proprio nemico sia il Bad Work.

Oggi, nel 2018 e nella situazione socio-economica in cui operiamo, ogni tipologia di azienda vive la necessità di essere sempre più produttiva ed efficiente per migliorare i propri processi, ridurre i costi e aumentare i ricavi.

In questo contesto si inserisce la Digital Transformation offrendo innumerevoli vantaggi per le imprese (e per i loro collaboratori) che decidono di investire in conoscenze, tecnologie e competenze.

Possiamo quindi dire che digitale stia trasformando sempre più il nostro modo di fare business.

Ottenere il massimo dal digitale, soprattutto sul posto di lavoro, non è però una passeggiata.

Ci sono pregiudizi, paure, consuetudini che inconsapevolmente ci trattengono e ci intrappolano, rischiando così di perdere opportunità di crescita e di guadagno.

Ci viene richiesto di abbracciare il cambiamento, che parte in primis dalle persone, dal capitale umano.

Londra, 24 e 25 settembre 2018: mossa dalla curiosità di approfondire ancor di più i temi legati al digitale nel lavoro quotidiano, mi trovo in spedizione al Gartner Digital Workplace Summit.

Si tratta di un evento in cui vengono presentate strategie innovative per utilizzare la tecnologia al fine di aumentare il coinvolgimento e la produttività dei propri collaboratori.

Sono partita con la consapevolezza che il digitale stia già trasformando il nostro modo di fare business e con la voglia di capire come essere tra coloro che cavalcano il cambiamento e non lo subiscono.

Sono tornata con la convinzione che quello che è l’approccio offerto al Summit, che già stiamo intraprendendo in azienda, sia corretto ed è quello che mi sento di suggerire a ogni manager e imprenditore che voglia poter essere a lungo felice del proprio lavoro.

Nel corso del primo intervento a cui ho assistito, sono emerse considerazioni sull’impatto che il lavoro di ciascuno di noi può generare sull’ecosistema aziendale.

Ma di cosa stiamo parlando?

Tutto ciò che facciamo rientra in una delle tre categorie: cattivo lavoro, buon lavoro e ottimo lavoro.

Il Bad Work, ossia il torpore della mente. In questa categoria rientrano gli incontri inutili, le perdite di tempo, la burocrazia, gli spostamenti non necessari, i processi di lavoro obsoleti. Tutto ciò che riteniamo frustrante e improduttivo.

Il Good Work rappresenta invece il lavoro in cui siamo più sicuri dei nostri mezzi, a cui siamo più abituati, quello in cui ci sentiamo davvero bravi, quello che ci dà soddisfazione. Un tipo di lavoro proficuo, efficace, motivato e motivante.

Il Great Work è visione. La dose di lavoro creativo, quello che non dà sicurezza di risultati e che assomiglia di più a una provocazione, a un esercizio di immaginazione, a una sfida.

Nel quotidiano siamo convinti che il bad work sia il nemico numero uno. Ce ne lamentiamo, cerchiamo di ridurlo, cerchiamo soluzioni e strumenti che riducano ridondanze e sprechi. Cerchiamo anche nella tecnologia un alleato.

Ci sbagliamo: il nemico numero uno è il good work.

Lo è perché rappresenta la nostra zona di comfort, il nostro luogo sicuro. Sicuri e fiduciosi (giustamente) delle nostre esperienze e delle nostre competenze non cerchiamo aree di miglioramento né possibili rischi. Di fondo il good work è quello che ci impedisce di sentire l’urgenza di provare nuove strade.

Cosa c’entra tutto ciò con il digitale?

C’entra perché la Digital Transformation è prima di tutto un cambiamento culturale. È un investimento in conoscenze, in sperimentazione. Significa provare ad abbandonare i propri paradigmi consolidati e inventarne di nuovi. Questo risulta tanto più difficile quanto più grande è stato il successo (good work) che abbiamo fino ad ora ottenuto. In generale, siamo imprigionati nella nostra esperienza.

Ecco allora che per cogliere davvero i vantaggi della trasformazione digitale, dobbiamo unire le forze. Il compito di trascinare il cambiamento non può essere lasciato solo agli IT manager.

I cambiamenti culturali necessitano di un commitment profondo da parte della Direzione: sono gli imprenditori a dover avanzare una nuova visione.

Non solo: il cambiamento coinvolge in primis le persone, il capitale umano. Per questo motivo, risulta evidente che un ruolo fondamentale è quello dell’HR Manager: promuovere nuove competenze, proporre nuove modalità e strumenti di collaborazione, pensare percorsi di formazione adeguati, capire in che modo la propria azienda può essere attrattiva per i talenti.

Saranno le figure maggiormente coinvolte per la Digital Dexterity, ovvero sia la capacità e il desiderio di sfruttare le tecnologie esistenti ed emergenti per ottenere migliori risultati di business. La Destrezza digitale deve essere una priorità per avere successo, le nostre organizzazioni devono riuscire a tenere il ritmo in un mondo che sta viaggiando in digitale, nel quale non possiamo rimanere indietro.

Di nuovo per alzata di mano: quanti di noi sanno quanto del nostro tempo è dedicato al Great Work?

Quanti sanno di poter quantificare il tempo che dedichiamo a creare nuovi modelli di business?

Quanti di noi possono davvero dire di dedicarsi al confronto con colleghi che ricoprono ruoli diversi e che possono suggerire prospettive diverse alla nostra visione?

Motivata dal trovare risposte a questi interrogativi e orientata a una maggiore riflessione all’interno della mia azienda, ho pensato di continuare a stimolare la riflessione su questi argomenti condividendo delle considerazioni in alcuni articoli nati dai contributi raccolti al Digital Workplace Summit.

Se volete restare aggiornati lasciatemi la vostra mail al link http://bit.ly/2BC8l74, dove troverete prossimamente anche alcuni materiali da consultare.

Francesca Grego

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